Se non fosse stato per il legame che unisce San Cataldo alla mia passione per il cibo e per le tradizioni, non sarei mai venuto a conoscenza di una delle celebrazioni più significative che si tengono il 3 maggio: la Questua del Grano. Ogni anno la commissione del Santissimo Crocifisso organizza questa processione che inizia la mattina e si prolunga lungo tutta la giornata, fino a sera. Cavalli, muli e devoti sono i protagonisti assoluti.
Quest'anno a farmi da cicerone è stato Luca Riggi, uno degli organizzatori, insieme a tutta la sua famiglia: il padre Michele Riggi, presidente della commissione, la moglie Rosaria, e i figli Simone, Luca e Marta. Non si sono limitati a raccontarmi la festa: mi hanno reso partecipe.
La Questua del Grano: fede e mondo contadino
La questua del grano era, alle sue origini, un rito di affidamento e ringraziamento. A maggio, il grano nelle campagne siciliane è ancora verde o in fase di maturazione, visto che la mietitura avviene tra giugno e luglio. Ed è proprio in questo mese cruciale che il contadino temeva di più: le piogge tardive, la siccità, qualsiasi avversità che potesse compromettere tutto il lavoro dell'anno.
La questua consisteva in una raccolta di offerte, principalmente in natura: grano, ma a volte anche altri prodotti della terra, destinati alla parrocchia o al santuario di riferimento. Era un pegno, una promessa concreta fatta a Dio affinché benedicesse il raccolto imminente. La raccolta avveniva con carri addobbati a festa, trainati da muli o cavalli bardati con pennacchi e sonagli. I devoti giravano per quartieri e masserie, accompagnati spesso da suonatori locali. Il grano raccolto serviva a finanziare i festeggiamenti religiosi, a sostenere le necessità della chiesa e, in larga parte, veniva ridistribuito ai più poveri della comunità.
Venticinque cavalli e il grano del popolo
Questa mattina, davanti ai miei occhi, si sono mossi venticinque tra cavalli e muli, bardati con i paramenti tradizionali siciliani. Non era una parata: era il rito descritto sopra, ancora vivo. I cavalieri passano casa per casa, con le bisacce aperte. Il popolo esce sul portone e dona grano e frumento. Non c'è un importo stabilito, non c'è una quota: c'è il gesto, antico e diretto, di dare qualcosa dalla propria casa a qualcosa che è di tutti.
Vedere venticinque cavalieri bardati muoversi lentamente tra le vie di San Cataldo, con le bisacce che si riempiono piano piano, è qualcosa che non si spiega facilmente. Non è solo folklore. È un sistema di redistribuzione che funziona da secoli, e che ancora funziona.
La figura di Padre Rosario Pirrelli
In questo contesto di religiosità popolare si innesta l'opera di figure sacerdotali fondamentali per la comunità. Padre Rosario Pirrelli è una di queste. Sacerdoti della sua caratura, nel tessuto sociale di città come San Cataldo, non erano solo guide spirituali: erano punti di riferimento sociali e culturali in senso pieno.
Il suo merito storico è stato quello di non lasciare disperdere questa tradizione. In un'epoca in cui la modernità rischiava di cancellare i riti contadini, Padre Pirrelli ha saputo valorizzare la questua non come un semplice retaggio del passato, ma come un momento concreto di aggregazione e carità cristiana. Era vicino alla povera gente, ai braccianti, agli agricoltori. Ha lavorato perché il grano raccolto mantenesse la sua funzione originaria: aiutare chi aveva meno, unendo la preghiera all'azione.
Da rito di sopravvivenza a identità culturale
Come molte tradizioni siciliane, la festa del 3 maggio ha subito trasformazioni profonde nel corso dei decenni. Se un tempo la quasi totalità della popolazione sancataldese viveva dei frutti della terra, oggi non è più così. La questua è passata dall'essere una necessità di sopravvivenza a un atto simbolico. Il grano offerto oggi ha un valore spirituale e rievocativo, più che strettamente economico.
Oggi la festa del 3 maggio si è evoluta in un momento di riscoperta dell'identità locale. Non coinvolge solo i devoti: attira curiosi, appassionati di tradizioni popolari, persone che vogliono capire da dove vengono. Le associazioni culturali e la comunità lavorano per tutelare questi eventi, trasformandoli in occasioni per raccontare alle nuove generazioni le proprie radici.
La questua del grano di San Cataldo, alimentata nel tempo dalla dedizione di figure come Padre Pirrelli, è sopravvissuta evolvendosi. Ha perso in parte i suoi connotati di cruda fatica contadina, ma ha guadagnato qualcosa di altrettanto prezioso: la luce della memoria storica, della solidarietà e della celebrazione condivisa.
Perché ne parlo su un sito di ricette
Perché il pane scanato che si porta in offerta, il grano che riempie le bisacce, i cavalieri che passano casa per casa: tutto questo è cibo. Cibo che smette di essere nutrimento e diventa linguaggio, rito, promessa. Ed è esattamente il tipo di storia che voglio raccontare in questa rubrica.
Se sei in Sicilia il 3 maggio, vai a San Cataldo. Puoi farlo anche tu? Sì.
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